Trieste

Città


Trieste rappresenta un tipico caso di continuità dell’abitato: il medesimo sito – la collina che sorgeva sulla riva del mare – fu abitato senza interruzioni dall’età antica a quella attuale. Ciò rende più difficile scorgere le importanti modificazioni che invece la trasformarono nel corso del tempo.

TERGESTE ROMANA

Tergeste, che nel 52 a.C. in rapporto al sacco dei Giapidi risulta essere nella condizione di colonia romana, sarebbe stata fondata da Gaio Giulio Cesare durante il suo proconsolato in Gallia Cisalpina (58-50 a.C.), in un momento di poco precedente l’incursione giapidica. Tuttavia, in assenza di dati certi, non si può nemmeno escludere che la colonia di cittadini romani sia stata istituita in età triumvirale o augustea.
Tergestini furono iscritti alla tribù Pupinia. Il toponimo Tergeste, dalla radice venetica Terg- che significa "mercato", ci riporta alla fase protostorica dell’insediamento: un luogo di scambi, emporio dei Veneti (o "frequentato dai Veneti"), situato nel "più profondo golfo dell’Adriatico", dove le piste transalpine note come ‘vie dell’ambra’ confluivano a mare. Il sito preromano non è stato ancora sicuramente localizzato.
Dalla tradizione letteraria risulta che esso svolse, in un periodo di inquadramento incerto, la funzione di avamposto di frontiera (phroúrion) ? forse da collegare al presidio di alleati latini che il console Gaio Claudio Pulcro, vincitore e trionfatore degli Istri (177 a.C.), inviò in Istria nel 176 a.C. ? e che divenne, in un momento difficile da precisare, un villaggio abitato da genti galliche della tribù dei Carni (kóme karniké).

La colonia romana di Tergeste, che fece propria la vocazione emporiale del luogo, occupò il versante del Colle di San Giusto prospiciente il mare, dove la linea di costa era più interna di circa 250 m rispetto a quella attuale. Strutture portuali con banchine e magazzini sono state individuate lungo via del Teatro Romano e via Cavana. Nel 33-32 a.C. la colonia fu cinta di mura e torri da Ottaviano triumviro, il futuro Augusto, ancora presente nel nordest dopo le campagne illiriche (35-34 a.C.). Due tracciati viari collegavano Tergeste rispettivamente ad Aquileia e all’Istria.


La colonia venne riqualificata dal punto di vista urbanistico e architettonico nella seconda metà del I sec. d.C. Sono attualmente visitabili il Teatro romano, che in antico si affacciava scenograficamente sul mare, l’Arco di Riccardo, in Città Vecchia, e, sul Colle di San Giusto, il Foro, la Basilica civile e il Propileo, ingresso monumentale ad un edificio di natura discussa, i cui resti, colonne ed epistilio, sono ancora in parte visibili nelle strutture murarie del campanile e della Cattedrale di San Giusto.

 

TRIESTE MEDIEVALE

Forti discontinuità si verificarono nella transizione dall’epoca antica a quella alto medievale, nei secoli tra il IV e gli inizi del VI. Le indagini archeologiche hanno rivelato come la città ebbe a soffrire a causa di epidemie, carestie e per l’insicurezza provocato da scorrerie e invasioni. Lo testimoniano la costruzione di nuove mura, più arretrate delle precedenti, la chiusura delle aperture di un ingresso monumentale per trasformarlo in una torre di difesa, la presenza di un gran numero di inumazioni caotiche nell’area sepolcrale, soprattutto di individui giovani morti per qualche epidemia. Tutto ciò ridusse fortemente la popolazione, con la conseguenza che una parte dell’abitato venne abbandonato e quelli spazi vennero convertiti in orti o pascoli (rivelati dalla presenza di ‘terre nere’).

Un’altra trasformazione importante fu legata all’affermazione del cristianesimo: le chiese divennero non solo centri di vita spirituale per i fedeli, ma anche poli di aggregazione per la cittadinanza. A Trieste due furono inizialmente i luoghi che svolsero tali funzioni: la basilica dedicato al culto dei martiri nella città bassa (attuale via Madonna del Mare) e quella eretta sulla sommità del colle, che si sovrappose all’antico tempio dedicato alla triade capitolina e divenne in seguito sede della cattedra episcopale. Attorno al Mille questo edificio venne smantellato e vennero erette due chiese affiancate: a sinistra la basilica intitolata a Maria Madre di Dio e a destra il sacello (martyrion) dedicato al martire tergestino Giusto.

Posteriormente al Mille la città conobbe un incremento di popolazione e di attività economiche. Ne è una riprova il fatto che l’area edificata non solo rioccupò le zone interne alle mura abbandonate in epoca tardo antica, ma si espanse anche oltre la cerchia muraria. L’ampliamento interessò soprattutto la parte bassa della città, posta in piano, che non esisteva in epoca romana, perché allora la linea di costa era molto più arretrata e lambiva le pendici della collina. In epoca tardo medievale, in quest’area, interrata da fattori naturali e probabilmente anche umani, sorsero i quartieri più popolosi della città: quelli di Riborgo, Mercato e Cavana, nome quest’ultimo derivante dal latino “cavea”, cioè cavità, concavità, e quindi il terreno concavo dove i pescatori tiravano a secco le barche.

Tra la seconda metà del Duecento e la prima del Trecento la città conobbe un periodo di prosperità economica, di crescita demica e di sviluppo delle istituzioni come Comune autonomo. Bene rappresenta questa fase la costruzione di un’unica grande cattedrale sul colle di S. Giusto, che rimpiazzò le due chiese precedenti. L’opera fu avviata agli inizi del XIV secolo e trovò la sua conclusione nel 1385. Attorno alla metà di quel secolo vennero completata anche la cerchia muraria, che andò a racchiudere i nuovi quartieri posti nella parte bassa della città; inoltre, al vecchio palazzo comunale, di impianto duecentesco, venne affiancata una nuova ala costruita nel Trecento. La città assunse quello che sarebbe stato il suo aspetto definitivo per molti secoli, dalla fine del medioevo alla metà del Settecento, e che vediamo raffigurato in un affresco di fine Trecento della cattedrale di S. Giusto.

Gli unici mutamenti riguardano due apparati difensivi: il castello A Marina e quello sul colle. Il primo fu eretto dai Veneziani nei pressi del porto dopo la presa della città conseguente al lungo assedio del 1368-69, ma venne demolito già nel 1380. Vita ben più lunga – fino ai giorni nostri – ebbe il castello edificato sul colle, nei pressi della cattedrale. Il suo primo nucleo venne costruito dai Veneziani, a seguito dell’occupazione della città, ma venne mantenuto anche dopo la loro cacciata. Il suo ampliamento data però posteriormente al 1470, quando l’imperatore Federico III dette ordine di rafforzarlo; nei secoli successivi la struttura venne potenziata con la costruzione dei poderosi bastioni tuttora visibili.

 

TRIESTE EMPORIALE

Dopo un lungo periodo di stasi durato fino a tutto il XVII secolo, trasformazioni profonde dell’assetto urbano si avviarono nel corso del ‘700, come conseguenza degli interventi compiuti dagli imperatori Carlo VI e Maria Teresa per fare della città un moderno emporio marittimo al servizio dei possedimenti asburgici. Cuore di tali interventi fu la proclamazione del “porto franco” nel 1719, ma altri ne seguirono sul piano normativo, mentre sul piano urbanistico si procedette alla creazione di un nuovo quartiere portuale, utilizzando il sito già occupato dalle saline. Limite settentrionale del nuovo quartiere fu un torrente, nel cui corso rettificato furono fatte confluire le acque di tutti i corsi minori, che si gettava in mare all’altezza dell’odierna via Ghega, mentre a nord-est si apriva la piazza della legna (ora piazza Goldoni), nella quale confluì una nuova arteria, chiamata inizialmente Contrada di Vienna e poi Contrada del Corso, che correva lungo la congiunzione fra il nuovo borgo ed il colle di San Giusto e che divenne la principale via cittadina.

Il nuovo rione, detto “borgo teresiano”, ebbe un impianto a scacchiera che coincideva con i vecchi argini e bacini di evaporazione. Il suo asse principale era costituito da un canale navigabile appositamente scavato – detto Canale grande per distinguerlo dal più modesto Canal piccolo, successivamente interrato – che fungeva da distributore delle merci fin là trasportate via mare, mentre le case, dalla duplice funzione commerciale e residenziale, ripetevano tutte la medesima tipologia, con il magazzino al piano terra e le abitazioni ai due superiori. Il Canale fu scavalcato da un ponte, dapprima levatoio e poi girevole, conosciuto in seguito come il Ponte Rosso, che si apre tuttora sull’omonima piazza.

La politica di tolleranza religiosa, mediante la quale le autorità asburgiche incentivarono l'immigrazione di minoranze acattoliche per favorire l’imprenditorialità, fece sì che fin dal 1751 su di una sponda del Canale venne costruita la chiesa ortodossa della “nazione greca”, allora comprendente anche gli “Illiri”, cioè i serbi. La successiva divisione della comunità ortodossa secondo le lingue liturgiche, fece sì che nel 1787 i greci costruissero in riva al mare la loro chiesa di San Nicolò, realizzata secondo moduli neoclassici per sottolineare la volontà di integrazione della comunità. Alla radice del Canale invece, venne eretta una cappella cattolica, che sarebbe poi stata trasformata nella chiesa di Sant’Antonio nuovo, unico tempio cattolico di quella che si configurava come una vera e propria nuova città.

Le due città infatti, quella medievale e quella moderna, convissero per qualche tempo giustapposte e largamente estranee: la prima, chiusa nelle sue mura e diffidente nei confronti della nuova, abitata prevalentemente da immigrati, agli occhi dei triestini non sempre rispettabili. Una maggiore integrazione si avviò solo dopo che l’imperatrice Maria Teresa ebbe ordinato nel 1748 di abbattere la cinta muraria. Da quel momento in poi fu la città nuova, assai più dinamica, ad assorbire quella vecchia, al punto che i triestini abbandonarono il loro dialetto simile al friulano, per adottare quello veneto che fungeva da lingua franca per gli abitanti della città nuova.

La crescita demografica dell’abitato, ancora lenta fino alla metà del secolo, s’impennò nei decenni successivi, tanto che la popolazione passò dai circa 5.000 abitanti d’inizio ‘700, ai poco più di 6.000 nel 1765, ai 10.000 di dieci anni dopo ed ai quasi 30.000 di fine secolo. Ciò comportò la necessità di una nuova espansione urbana, che questa volta seguì, con opportuni interramenti, l’andamento della riva del mare davanti al luogo detto dei Santi Martiri, dove già sorgevano alcuni magazzini. Le nuove edificazioni quindi si spinsero verso il Lazzaretto vecchio, costruito nel 1723, ma già nel 1769 sostituito dal Lazzaretto nuovo, in contrada di Roiano, dalla parte opposta del golfo, ai piedi della collina di Gretta. Il nuovo quartiere rivierasco prese il nome di “borgo giuseppino” in onore dell’imperatore, figlio di Maria Teresa, ed era costituito da due file di edifici dietro ai quali si stendevano le ultime propaggini della città vecchia, cioè il rione di Cavana. Il nuovo insediamento costiero, che avrebbe successivamente in parte risalito il colle retrostante con una zona residenziale, trovava la sua conclusione in una piazza, subito chiamata piazza Giuseppina (ora Venezia), cui corrispondeval’omonimo molo.

 

TRIESTE NELL'OTTOCENTO

Il “lungo Ottocento”, dalla Restaurazione fino alla prima guerra mondiale, fu il periodo di maggior sviluppo di Trieste. Fra gli anni ’30 e la metà del secolo l’economia emporiale raggiunse il culmine, scandito dalla fondazione delle grandi compagnie assicurative (Generali, RAS) e del Lloyd austriaco e dalla creazione dei primi stabilimenti industriali. Un altro grande scatto si registrò nei decenni a cavaliere del ‘900, con il decollo dei traffici di transito a scapito di quelli commerciati e l’avvio dell’industrializzazione pesante. La crescita fu sostenuta da ingenti investimenti nelle infrastrutture. Nel 1857 venne aperta la “ferrovia meridionale” che congiungeva Trieste con Vienna attraverso Maribor e Graz e la stazione di testa venne collocata nell’area del Lazzaretto, ormai dismesso. Ad essa si aggiunse nel 1907 la “ferrovia transalpina” che collegava l’Adriatico alla Baviera tramite la valle dell’Isonzo, Villaco e Salisburgo, il cui terminal venne situato invece dalla parte opposta del golfo, nella zona di Sant’Andrea. Le due ferrovie vennero collegate da una “linea di cintura” urbana, che correva lungo le rive, opportunamente ampliate.

Fra il 1868 e il 1887 fu realizzato un nuovo porto, che prendeva a modello quello di Marsiglia, nei pressi della ferrovia meridionale; è peraltro conosciuto come “porto vecchio”, perché subito dopo l’incremento dei traffici ne stimolò la costruzione di un altro – noto come “porto nuovo” – nell’area di Sant’Andrea, favorita da fondali profondi. Sempre nella medesima zona si moltiplicarono gli stabilimenti industriali legati alla marineria e poco più in là, vicino al promontorio di Servola, sorse nel 1896 una ferriera.

Anche la crescita demografica fu notevole: dai 30.000 abitanti di inizio secolo si passò ai 155.000 del 1890, ai 176.000 del 1900, ai 235.000 del 1910. Il centro urbano quindi esplose in varie direzioni. Verso nord-est, oltre il torrente che delimitava il borgo teresiano e che venne interrato dando origine alla via più ampia della città (via del Torrente, ora via Carducci) sorsero il nuovo “borgo franceschino”, che si espanse poi lungo la valle che porta al villaggio di san Giovanni, e quello di Chiozza, in cui si aprì il lunghissimo viale dell’Acquedotto (oggi XX Settembre) e che risalì i colli di san Luigi e di Chiadino; nei pressi, l’Ospedale maggiore, edificato nel 1841 in zona aperta, venne rapidamente circondato dalle case. Verso est, l’abitato saturò l’area fino alla “barriera vecchia” e colonizzò il colle di San Giacomo, sul quale venne edificato un quartiere operaio a servizio dei sottostanti cantieri. Per poter pilotare l’espansione urbana, negli anni ’80 si cominciò a pensare ad un piano regolatore, fondato sulla previsione di una “grande Trieste” di 600.000 abitanti, che però non venne realizzato.

Nel borgo teresiano i primi edifici settecenteschi vennero sostituiti da imponenti palazzi, sedi di banche, assicurazioni ed imprese commerciali. In uno slargo vicino la piazza del municipio sorse nel 1805 la Borsa vecchia, tempio neoclassico alle fortune degli affari, come neoclassico era l’imponente palazzo Carciotti sulle rive. Nei decenni successivi si moltiplicarono invece gli edifici in stile ecclettico e Secession, tanto da far parlare di una “Vienna sul mare”. La borsa venne poi trasferita nel 1842 presso il nuovo palazzo del Tergesteo, che divenne il vero cuore pulsante della Trieste emporiale. Lì accanto fin dal 1801 sorse il teatro nuovo, poi Verdi, ispirato alla Scala di Milano, mentre nel 1878 venne inaugurato a metà del viale dell’Acquedotto il colossale politeama Rossetti.

Testimoni del cosmopolitismo triestino furono le chiese delle diverse confessioni religiose, che trovarono posto principalmente nel borgo teresiano: in posizione scenografica, specchiantesi nel Canale, fu eretta la nuova grande chiesa neoclassica di Sant’Antonio nuovo; dopo la separazione dei greci, i serbi rifecero la loro chiesa, dedicata a San Spiridione e costruita in stile neobizantino, dalle forme imponenti; la comunità luterana inaugurò nel 1874 la propria chiesa, in stile neogotico. Nel borgo giuseppino invece fu realizzata nel 1904 la nuova sinagoga monumentale, la seconda per grandezza in Europa a testimonianza dell’importanza della locale comunità ebraica, che sostituì i quattro precedenti edifici minori situati nella parte vecchia della città.

Testimoni invece dei conflitti nazionali fra ‘800 e ‘900 furono altri edifici del centro realizzati in stili diversi. I committenti austriacanti (principalmente slavi) scelsero spesso soluzioni moderniste, evidenti nella banca di Praga (1914) e soprattutto nell’edificio polifunzionale del Narodni Dom (1904), che ospitava varie associazioni culturali e banche slave, un teatro, un ristorante e l’hotel Balkan. Quelli italiani invece predilessero le reminiscenze classiche dell’ecclettismo, come nel palazzo Vianello, eretto proprio difronte al Narodni Dom, ovvero nelle facciate toscaneggianti o gotico-veneziane.

Uno degli ultimi interventi fu quello riguardante proprio il cuore della città, cioè la piazza del comune, originariamente di modeste dimensioni. Dopo l’interramento del mandracchio nel 1863, nel corso di alcuni decenni tutta l’area cambiò volto. Il quattrocentesco palazzo del Magistrato fu abbattuto e nel 1875 sostituito dal nuovo palazzo del comune, in stile eclettico. Eliminati gli edifici che facevano da diaframma verso il mare, venne realizzata una scenografica piazza aperta sul golfo ed impreziosita da un giardino. Ai lati si allinearono alcune delle costruzioni più significativi della città, come il palazzo Modello (così chiamato perché doveva servire da ispirazione per gli altri), il palazzo Stratti con il sottostante Caffè degli Specchi, l’imponente sede del Lloyd austriaco e, dalla parte opposta della piazza ed eretto per non far sfigurare l’amministrazione dello stato difronte all’esibizione di ricchezza di un’impresa privata, il palazzo della Luogotenenza. Lungo le rive, dopo l’ultimo ampliamento venne realizzata la nuova pescheria centrale, che per le sue forme dai triestini venne subito ribattezzata “Santa Maria del guato”, dal nome dell’omonimo pesce.

 

TRIESTE NEL NOVECENTO

Con la dissoluzione dell’Impero asburgico e l’annessione all’Italia, Trieste vide bruscamente interrotto il suo sviluppo economico. Cessata la funzione di “finestra” per l’Europa danubiana voluta e sostenuta dal governo di Vienna, frammentato il retroterra da nuove linee di confine, spezzettate le ferrovie in diversi tronchi nazionali, il ruolo di hub marittimo del suo porto per il Mediterraneo orientale svanì rapidamente. Il governo italiano cercò di inventarsi scenari economici alternativi, potenziando l’industria e il terziario, ma con risultati modesti. Di conseguenza, la popolazione ristagnò. Mentre le proiezioni d’anteguerra ipotizzavano mezzo milione di abitanti a metà del secolo, questi invece crebbero lentamente fino ai 270.000 del periodo 1951-1971 – grazie anche all’apporto degli esuli istriani – per poi cominciare inesorabilmente a scendere fino ai poco più di 210.000 di fine secolo.

Anche l’espansione urbana rallentò, specie fra le due guerre mondiali. Il governo fascista quindi si pose come priorità quella d’intervenire sull’esistente, in modo da “italianizzare” la fisionomia della città. Già lo squadrismo nel 1920 aveva provveduto a “purificare” il centro città dalla presenza slava, incendiando il Narodni Dom. L’intera area venne poi ristrutturata grazie alla demolizione della Caserma grande, che consentì di aprire il nuovo “quartiere Oberdan”, imperniato sul sacello del martire irredentista. Alla riscoperta del passato romano come ispirazione per il presente, venne dedicato il riassetto del colle di San Giusto, dove lo scavo dell’antica basilica capitolina si accompagnò alla creazione di un “parco della rimembranza” dei caduti nella Grande guerra, nell’ambito di una sacralizzazione dell’intera area alla Patria. Quali simboli e presidi d’italianità furono eretti anche alcuni edifici monumentali, come il Faro della Vittoria e l’enorme mole dell’Università, peraltro incompiuta allo scoppio della seconda guerra mondiale. Finalità invece funzionali ed esemplari delle tendenze modernizzanti del regime, ebbero altre costruzioni pubbliche, come la stazione marittima, l’idroscalo ed il mercato coperto.

L’impatto maggiore sul tessuto urbano lo ebbe però un altro atto, e cioè l’adozione nel 1934 del primo piano regolatore. Questo in realtà riprendeva largamente le indicazioni presenti nelle elaborazioni tardo-ottocentesche – a partire dalla previsione, ormai del tutto infondata, di una “grande Trieste” – ma le rendeva operanti. Fulcro degli interventi fu l’area della “Cittavecchia”, ormai degradata, e protagonista ne fu il “piccone risanatore”. Una nuova, larga, via – che si voleva ripercorresse l’antico decumano – venne aperta nel mezzo del quartiere di Riborgo; vicino alla sua confluenza nel Corso (dedicato all’epoca a Vittorio Emanuele III) venne riportato alla luce il Teatro Romano, che si sarebbe voluto contornare di edifici in puro stile fascista, cancellando tutte le “brutture” medievali. Mancarono il tempo e i soldi e quindi difronte al Teatro venne realizzato un solo isolato, il cui fulcro simbolico fu la Casa del fascio (oggi Questura), simile ad una fortezza, mentre sul Corso crebbe una nuova “città degli affari”, con banche ed assicurazioni.

La guerra interruppe l’operazione e i bombardamenti alleati causarono danni rilevanti soprattutto nelle aree vicine al porto ed alla zona industriale, come il quartiere di San Giacomo. Il dopoguerra si avviò nel segno dell’incertezza, con la città fino al 1954 separata dall’Italia, sottoposta ad un Governo militare alleato (GMA) e per giunta con la prospettiva di venire eretta a stato indipendente, il Territorio libero di Trieste. Il GMA, ben dotato finanziariamente con i fondi ERP ma privo di orizzonti di lungo periodo, riparò velocemente i danni agli impianti industriali e portuali, creò alcune nuove infrastrutture viarie ed avviò la realizzazione di una zona industriale nell’area di Zaule. Il ritorno dell’amministrazione italiana nel 1954 innescò una nuova crisi, stante la difficoltà ad inserire nell’economia nazionale la città di Trieste, precaria appendice ormai del tutto marginale al resto del Paese. Ne seguì un consistente flusso migratorio verso l’Oceania, che però fu più che bilanciato dall’arrivo di decine di migliaia di profughi dall’Istria passata alla Jugoslavia. Ciò determinò un’emergenza abitativa che fu risolta nell’arco di un decennio con la realizzazione di nuovi quartieri urbani (Gretta, Baiamonti), di un “quartiere satellite” (Borgo San Sergio) e di alcuni “borghi istriani” aventi anche la funzione di italianizzare il “corridoio” strategico che da Trieste conduce a Monfalcone.

Nei decenni successivi la crisi della marineria e l’incipiente deindustrializzazione colpirono ulteriormente il tessuto economico triestino. Per mitigarne gli effetti, il governo realizzò, seppur con ritmi assai blandi, imponenti interventi infrastrutturali: molo VII del porto; galleria di circonvallazione ferroviaria collegante la linea Trieste-Monfalcone con il porto nuovo, consentendo di eliminare il treno dalle rive; collegamenti autostradali; attrezzatura a polo industriale della valle delle Noghere. Fallito alla fine degli anni ’70 il progetto di creare una zona industriale di grandi dimensioni a cavallo del confine, e rimasta senza eco la riproposizione della “grande Trieste” comprensoriale da Muggia a Monfalcone, gli amministratori locali si orientarono sulla realizzazione di un’area di ricerca scientifica e tecnologica, che venne posizionata sul Carso, in località Banne. Ad essa si affiancò alla fine degli anni ’80 la macchina di luce di sincrotrone Elettra.

Nonostante la crisi demografica, la città continuò ad espandersi, anche per la ricerca da parte dei triestini di soluzioni abitative migliori. La cementificazione della fascia costiera venne comunque contenuta dai piani regolatori, così come l’assalto al Carso da parte delle seconde case. Sul fronte dell’edilizia popolare, la realizzazione più appariscente e controversa fu l’enorme falansterio del quartiere satellite di “Rozzol-Melara”, applicazione esemplare delle teorie di Le Corbusier. Non molto distante, in cima alla collina di Cattinara, venne eretto alla fine degli anni ’70 il nuovo ospedale di Cattinara; la collocazione del nosocomio, visibile da decine di chilometri, rispondeva ad esigenze funzionali ma era anche simbolica dell’acquisita centralità della salute nella società del welfare state. Irrisolto invece rimase il nodo del riuso dell’area del porto vecchio, ormai inadatto alla sua originale funzione: il relativo dibattito si trascinò per anni, finendo per venir lasciato in eredità al secolo nuovo.


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