L'esodo dei giuliano-dalmati

Novecento



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di Raoul Pupo 

Per esodo giuliano-dalmata s’intende l’abbandono forzato, da parte della quasi totalità del gruppo nazionale italiano, del suo territorio d’insediamento storico in Istria, a Fiume ed a Zara, passate dopo la seconda guerra mondiale dalla sovranità italiana a quella jugoslava. Il termine esodo, scelto all’epoca dei fatti dai profughi stessi per sottolineare la dimensione biblica della loro tragedia, è diventato nel corso dei decenni una formula adottata dagli storici per definire una particolare tipologia di spostamento forzato di popolazione, diverso nella forma ma non nei risultati, dalle deportazioni e dalle espulsioni. 

Esodi dunque (Ferrara e Pianciola) sono "quei casi in cui un gruppo di abitanti fu indotto a fuoriuscire dai confini politici del territorio in cui viveva a causa di pressioni esercitate dal governo che lo controllava, sia in termini di violenza diretta sia in termini di privazione di diritti, soprattutto in corrispondenza di un radicale mutamento politico che investiva le relazioni tra stati (conflitti bellici, crolli e costruzioni di stati). In tali circostanze la migrazione forzata non era il chiaro obiettivo iniziale del governo in questione, né tantomeno quest’ultimo la organizzò; il risultato finale fu comunque l’emigrazione quasi totale del gruppo. Questi casi vanno senza dubbio compresi nel novero delle migrazioni forzate, anche se furono gli unici in cui la scelta di migrare fatta dai singoli o dalle singole famiglie ma estesasi fino ad acquisire una dimensione di massa, ebbe un ruolo attivo nello spostamento. Essi furono inoltre gli unici in cui le condizioni di arrivo (per esempio la concessione della cittadinanza nel paese di accoglienza) furono un fattore importante”.

Sulle dimensioni reali dell’esodo è regnata a lungo l’incertezza, alimentata da stime parziali o, al contrario, gonfiate. Ad esempio, la cifra “ufficiale” di 350.000 profughi diffusa dalle associazioni dei profughi non ha alcuna consistenza scientifica, ma deriva semplicemente da un accordo interassociativo per evitare corse al rialzo, peraltro prive di senso: dal punto di vista interpretativo infatti, ciò che conta non è la cifra assoluta, ma il fatto che a doversene andare fu comunque la quasi totalità del gruppo nazionale italiano. In tempi recenti, fra gli studiosi si registra una certa convergenza sull’ordine di grandezza di circa 300.000 persone che nel corso del dopoguerra avrebbero abbandonato i territori già appartenenti allo stato italiano. In stragrande maggioranza si trattava di italiani, ma erano presenti anche nuclei sloveni e croati. Per maggiori dettagli, si rinvia ai grafici e mappe allegati. Va inoltre tenuto presente che l’attribuzione della nazionalità non è cosa semplice in territori di frontiera, in cui i percorsi di nazionalizzazione sono stati particolarmente complessi.

L’esodo è stato un fenomeno lungo, durato dal 1944 al 1958, attraverso fasi diverse. In primo luogo, bisogna distinguere le fughe clandestine di persone direttamente minacciate, dagli esodi di massa che coinvolsero intere comunità. Le fughe avvennero con continuità, per terra e per mare, lungo tutto il periodo e non sempre ebbero esito positivo: molte infatti furono le vittime per mano dei militari jugoslavi. Gli esodi di massa invece avvennero in genere quando le comunità italiane si convinsero che la dominazione jugoslava era diventata irreversibile.

Il primo in ordine cronologico fu l’esodo da Zara: iniziò come sfollamento della città a seguito dei devastanti bombardamenti alleati del 1943/44 e si consolidò in esilio dopo l’ingresso in città delle truppe jugoslave nell'ottobre 1944. Il secondo esodo fu quello silenzioso da Fiume, che si svolse gradualmente: nel gennaio 1946 i partiti erano già 20.000 e la città si svuotò entro il 1948.

A Pola, nel luglio 1946, 28.058 residenti su 31.700 dichiararono di voler lasciare la città in caso di cessione alla Jugoslavia. Un’ulteriore spinta a partire fu impressa dalla strage di Vergarolla del 18 agosto, che fece un centinaio di vittime e che dalla popolazione venne attribuita ad una strategia terrorista jugoslava. L’esodo iniziò a dicembre e coinvolse circa 30.000 persone, comprese alcune migliaia di istriani confluiti anche da fuori città. Fu quindi un esodo preventivo, perché il trattato di pace entrò in vigore appena il 15 settembre 1947.

L’ondata successiva riguardò i residenti nei territori passati alla sovranità jugoslava a seguito del Trattato di pace, che si avvalsero del diritto di opzione per la cittadinanza italiana entro un anno. Fu questo il “grande esodo”, che svuotò quasi integralmente le città ed aprì ampi vuoti anche nelle campagne. Complessivamente, il flusso riguardò circa 130.000 persone e si svolse in due tappe, perché il rigetto delle domande di opzione da parte delle autorità jugoslave bloccò molti richiedenti, fino alla riapertura dei termini per le opzioni nel 1951. Dopo quella data, circa 5.000 altri italiani riuscirono ad esodare attraverso la complessa ed onerosa procedura dello “svincolo” dalla cittadinanza jugoslava.

L’ultima ondata fu quella degli abitanti la zona B del mai costituito Territorio libero di Trieste, provvisoriamente amministrata da un governo militare jugoslavo, i quali fino agli inizi degli anni ’50 sperarono di poter ritornare a far parte della madrepatria italiana. Già nel 1950 però si ebbe un picco di un migliaio di partenze, a seguito delle violenze di cui gli italiani caddero vittime in occasione delle elezioni amministrative del 16 aprile. La definitività della dominazione jugoslava divenne chiara dopo la nota bipartita anglo-americana dell’8 ottobre 1953 e venne sancita dal Memorandum di Londra del 26 ottobre 1954. Ne seguì l’esodo quasi totalitario della popolazione italiana della zona, cui si aggiunsero circa 2.700 abitanti di alcuni villaggi nei dintorni di Muggia, trasferiti anch’essi alla Jugoslavia a seguito di una modifica della linea di demarcazione.

Le motivazioni dell’esodo furono molteplici, ma in buona parte riconducibili alla crisi identitaria che travolse le comunità italiane. Per comprenderle meglio, conviene distinguere fra motivazioni delle vittime e intenzioni del potere, salvo poi ricombinare i due piani del discorso.

Nella memoria degli esuli, un posto privilegiato ha la paura. Si trattava dell’eco del trauma delle foibe, consolidato dalla situazione di costante insicurezza dovuta all’azione di un regime stalinista, da parte del quale gli italiani erano visti con pregiudiziale sospetto e che mostrava la mano pesante non solo verso i reali oppositori, ma nei confronti di chi anche solo si mostrasse tiepido nel rispondere agli appelli alla mobilitazione. Ne seguì una serie infinita di abusi, prevaricazioni, intimidazioni, bastonature, arresti e, talvolta, sparizioni. La paura fu la causa diretta delle fughe clandestine e quella indiretta dell’indebolimento della capacità di resistenza delle comunità italiane, ma non costituì in realtà la motivazione principale dell’esodo.

Maggiormente pesò il ribaltamento generale – una vera rivoluzione – degli assetti della società locale, dal punto di vista economico, politico, nazionale, culturale e di classe.

La trasformazione socialista dell’economia socialista distrusse le basi materiali di buona parte delle comunità italiane: artigiani, commercianti, negozianti, piccoli e grandi imprenditori, pescatori, agricoltori. Questi ultimi, se di modesta condizione, poterono inizialmente giovarsi della distribuzione delle terre dei proprietari maggiori, ma vennero penalizzati dagli ammassi, dall’ingresso forzato nelle cooperative, dalla pianificazione delle coltivazioni e dalla sottrazione di braccia per il “lavoro volontario”. I pubblici dipendenti scontarono la diffidenza dei nuovi amministratori, ad esempio in settori quali l’istruzione e la magistratura. La paralisi produttiva mise in crisi operai ed impiegati.

I rapporti fra i “poteri popolari” e gli italiani furono sin dall’inizio pessimi e peggiorarono col tempo. Solo pochi elementi comunisti vennero inseriti nelle strutture amministrative e, nonostante il loro zelo anche a danno dei connazionali non militanti, rimasero ai margini dei processi decisionali. Fino a quel momento gli italiani avevano detenuto il monopolio del potere e di colpo ne furono totalmente esclusi; allo stesso modo, mentre fino ad allora essere italiani aveva costituito un vantaggio, dopo il maggio 1945 divenne una penalizzazione, perché quella italiana veniva considerata una minoranza subordinata, ed anche un fattore di rischio, perché appartenere al gruppo nazionale italiano rappresentava di per sé occasione di sospetto. Inoltre, se l’uso della lingua italiana non era vietato, come pure l’appartenenza alla cultura italiana, era invece considerato grave reato ogni riferimento ai contenuti politici dell’identità nazionale italiana, così come si erano costituiti a partire dal risorgimento dando origine ad un diffuso patriottismo italiano, che ora veniva trattato come un crimine. Contemporaneamente, il tentativo delle autorità di ri-slavizzare contro il loro desiderio i cittadini di origine slovena e croata attraverso la slavizzazione dei cognomi e la negazione dell’accesso alle scuole italiane, venne percepito come parte di un attacco generalizzato all’italianità.

Più in generale, tutti i comportamenti, i valori e le gerarchie consolidate da tempo immemore venivano rimessi in discussione. I ceti urbani, dominanti fin dai tempi della romanizzazione, si trovarono alla mercé di quelli rurali, tradizionalmente subordinati, mentre il rovesciamento del rapporto città/campagna assumeva anche un chiaro connotato di rivalsa nazionale. Nelle campagne, i coltivatori diretti italiani si scoprirono in balia degli elementi marginali delle comunità di paese. Sparirono rapidamente i punti di riferimento consueti del gruppo nazionale italiano: amministratori locali, insegnanti, sacerdoti, vittime questi ultimi di una persecuzione religiosa che colpì duramente anche le grandi masse di fedeli.

Il sommarsi di tali elementi, in un clima generale di immiserimento ed oppressione, generò una diffusa situazione di “spaesamento”, sintetizzabile nell’espressione “sentirsi stranieri in patria”. Si creò così una situazione di complessiva invivibilità, nella quale le comunità italiane giunsero, con ritmi diversi, alla medesima conclusione: mantenere l’identità italiana, con tutta la densità attribuita a tale espressione, era impossibile nelle condizioni stabilite dal regime jugoslavo. Da ciò la decisione di affrontare il rischio dell’esodo.

Quanto agli obiettivi delle autorità jugoslave, fra questi non rientrava l’eliminazione totale del gruppo nazionale italiano, secondo un’ipotesi discussa ma scartata nel corso del 1944. Venne perciò varata una strategia di “integrazione selettiva”, chiamata della “fratellanza italo-slava” ma riservata ad una minoranza della minoranza italiana. Ne erano infatti pregiudizialmente esclusi tutti gli italiani di origine etnica slava, che andavano “ricondotti” alla nazionalità di origine, come pure i “borghesi” – considerati nemici di classe – ed i “residui del fascismo”, vale a dire quanti desideravano il mantenimento della sovranità italiana. Destinatari della politica della “fratellanza” erano quindi solo gli italiani “onesti e buoni”, cioè quelli disposti a battersi per l’annessione alla Jugoslavia e per la costruzione del socialismo, nonché disponibili ad accettare tutte le trasformazioni identitarie indispensabili per rientrare nei parametri fissati dal regime, a cominciare da un modo diverso di concepire l’italianità. In pratica, era una politica pensata per la classe operaia di orientamento comunista, per i contadini poveri e per qualche intellettuale.

L’applicazione della “fratellanza” venne però demandata ai quadri locali, reclutati durante la lotta partigiana, che alla “fratellanza” credevano assai poco ed erano invece propensi a vedere in ogni italiano un fascista. Inoltre, erano abituati a considerare i perplessi come nemici da “smascherare” ed a convincere i dubbiosi a suon di bastonate. Ben presto i livelli superiori del partito comunista jugoslavo si resero conto che i membri dei “poteri popolari” commettevano una miriade di “errori” che compromettevano il rapporto con la popolazione, non solo italiana, ma non disponevano di una classe dirigente diversa altrettanto politicamente affidabile. Complessivamente quindi, i limiti stessi della “fratellanza”, che poneva condizioni di accettabilità assai pesanti, uniti alle modalità della sua applicazione, spinsero su di una posizione antagonista nei confronti dei “poteri popolari” la grande maggioranza della popolazione italiana, mentre la durezza complessiva del regime intaccava il consenso anche di nuclei consistenti di popolazione slava.

I nodi vennero al pettine in occasione delle opzioni, quando le autorità si resero conto che a scegliere in massa la cittadinanza italiana erano anche gli italiani non etnici, comprese parecchie migliaia di sicuri croati – già sostenitori del movimento di liberazione – e pure numerosi proletari di lingua italiana. Ad opzioni in corso, scoppiò anche la crisi del Cominform a seguito della quale quasi tutti i comunisti italiani si schierarono con Stalin contro Tito, divenendo quindi anch’essi “nemici del popolo”. Alla piena delle opzioni, che stava svuotando l’Istria oltre ogni previsione e desiderio, le autorità cercarono di porre un freno con la repressione, con l’unico esito di esasperare ulteriormente gli animi. La politica della “fratellanza” era fallita, anche se formalmente rimase in piedi nei confronti dei pochissimi italiani non esodati, in gran parte solo perché non ci erano riusciti.

Una volta arrivati, più o meno fortunosamente, in Italia, gli esuli ci si trovarono inizialmente assai male. Alle gare di solidarietà promosse da enti locali e soggetti privati, in particolare cattolici, si accompagnarono forme di rifiuto antropologico nei confronti di italiani così diversi (ma sono austriaci o slavi?) ed anche politico da parte comunista nei confronti di chi fuggiva dalla Jugoslavia socialista e quindi non poteva che essere fascista. Inoltre, il Paese era stremato dalla guerra e senza risorse per far fronte alle esigenze di grandi masse di sinistrati, profughi dalla Venezia Giulia e rientrati dalle colonie. Gli esuli giuliano-dalmati quindi vennero sventagliati in un gran numero di Centri raccolta disseminati in tutta Italia, dove le condizioni abitative e sociali lasciavano molto a desiderare. Alcune migliaia non ce la fecero a resistere e presero la via dell’emigrazione transoceanica. Per gli altri la situazione cominciò a migliorare nella seconda metà degli anni ’50.

Per un verso, il governo fu in grado di avviare un massiccio programma di assistenza, comprendente sussidi, collegi per minori, riserve di posti nella pubblica amministrazione ed ampio piano di edilizia popolare, che consentì ad esempio la realizzazione di veri e propri quartieri giuliano-dalmati in 42 città italiane. Nella provincia di Trieste, in cui erano confluiti i profughi dalla zona B, vennero realizzati anche alcuni villaggi istriani, collocati nel “corridoio” territoriale che collega la città al resto del Paese e nel quale fino ad allora non esistevano insediamenti italiani. In sinergia con i soggetti pubblici operarono anche quelli privati, in particolare l’Opera profughi giuliani e dalmati, il CLN dell’Istria, la Pontificia Opera di Assistenza, oltre a singoli sacerdoti, circoli di benefattori e madrine, e molti altri ancora

Per l’altro verso, il boom economico favorì la collocazione degli esuli nel mercato del lavoro, tanto che si arrivò rapidamente ad una piena integrazione sociale. Rimase però la ferita della memoria, ché il prezzo dell’integrazione, in un’Italia che voleva gettarsi alle spalle i brutti ricordi della guerra e del dopoguerra, passò anche attraverso il silenzio e la rimozione dell’esperienza dello sradicamento. Quella ferita sarebbe stata sanata soltanto con il pubblico riconoscimento ottenuto nel 2004 con l’istituzione del Giorno del Ricordo.

 

Bibliografia essenziale

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