Il caso Oberdan

Ottocento


di Luca G. Manenti

Triestino classe 1858, Guglielmo Oberdan, nato illegittimo da padre italiano e madre slovena, prese il cognome di quest'ultima, che in seguito italianizzò eliminando la k finale. Terminata la Civica Scuola reale superiore di Trieste, frequentò i salotti politici cittadini e sviluppò un sentimento d'attaccamento all'Italia attraverso lo studio di autori rientranti a pieno titolo nel canone letterario risorgimentale: Carducci, Leopardi, Guerrazzi, Manzoni, Mazzini. Studente per un breve periodo al Politecnico di Vienna grazie a una borsa elargita dal Comune di Trieste, nel 1878 fu anticipatamente chiamato ad adempiere agli obblighi di leva nel 22° reggimento di fanteria Weber, destinato ai sudditi delle provincie meridionali dell'impero e impiegato nell'occupazione austriaca della Bosnia Erzegovina, secondo le clausole stabilite dal Congresso di Berlino.

Disertore con due amici piranesi, riparò prima nella Marche e poi a Roma, aiutato da personaggi orbitanti nell'area del patriottismo repubblicano. Nella capitale poté contare sulla solidarietà del triestino e stenografo al parlamento Aurelio Salmona, costantemente impegnato a curare il passaggio nella penisola dei transfughi dalle regioni italofone dell'impero danubiano. Ripresi e presto interrotti gli studi d'ingegneria, angustiato da difficoltà economiche, Oberdan ricevette sporadici sussidi governativi e ottenne lavori temporanei grazie all'intercessione di membri dell'associazionismo irredentista e dell'emigrazione politica.

Fece così ingresso nell'ambiente del repubblicanesimo erede della tradizione garibaldina, che destava le preoccupazioni delle autorità per la carica sovversiva di cui era portatore e le iniziative che promuoveva, potenzialmente e talvolta realmente spinte al di là dei limiti consentiti dalla legge. Oberdan prese parte a vari sodalizi studenteschi e democratici, tenne discorsi durante manifestazioni commemorative delle imprese delle camicie rosse e incontrò personalmente Garibaldi assieme a una comitiva di emigrati triestini e istriani, aumentando in popolarità e venendo individuato, sia dai compagni di fede che dalla polizia, come elemento emergente nel panorama della militanza d'impronta irredentista. Defunto nel 1882 il generale nizzardo, egli entrò nel comitato incaricato di organizzare la partecipazione dei giuliani al funerale e sfilò di fronte all'ambasciata austro-ungarica con il drappo di Trieste listato a lutto. La scomparsa di colui che più di tutti aveva incarnato la causa dell'unità della patria, lo portò a maturare definitivamente l'idea di compiere un'azione clamorosa in risposta all'avvicinamento dei Savoia agli Asburgo, suggellata in maggio dalla stipula di un'alleanza militare includente anche la Germania, detta Triplice alleanza.

D'intesa con Salmona e Matteo Renato Imbriani, elemento di spicco dell'Associazione in pro dell'Italia irredenta, preparò una spedizione a Trieste in concomitanza con l'inaugurazione dell'Esposizione industriale, predisposta per festeggiare i cinquecento anni della dedizione della città a Casa d'Asburgo. All'inizio di agosto un ordigno scoppiò durante una fiaccolata di veterani che marciavano in onore dell’arciduca Carlo Ludovico, provocando due morti e una quindicina di feriti. Il colpevole non fu mai individuato e le precise dinamiche dell'attentato rimasero sconosciute. Oberdan ne fu accusato, ma prosciolto per carenza di prove, tuttavia, stando a vari indizi e per sua ammissione in lettere private, fu proprio lui l'artefice del gesto. A questa azione decise di farne seguire una ancora più audace: l'assassinio dell'imperatore Francesco Giuseppe, che aveva in programma una visita a Trieste in settembre.

Nonostante l'opposizione della maggioranza dei capi repubblicani, l'atto terroristico fu pianificato col supporto, fra gli altri, di Salmona, che procurò due bombe all'Orsini, dal nome del cospiratore italiano che aveva provato ad assassinare Napoleone III con degli esplosivi dal micidiale impatto. Accompagnato da un farmacista istriano, Oberdan partì da Roma a metà mese e fece tappa a Udine. Individuati da dei confidenti austriaci sotto mentite spoglie che ne curavano le mosse, i due raggiunsero Ronchi e qui si divisero. Il triestino fu stanato in una stanza d'albergo, arrestato, condotto nelle carceri di Monfalcone dopo aver subito una contestazione orchestrata da degli abitanti del luogo e infine trasportato a Trieste.

Fornite all'inizio false generalità, durante gli interrogatori il giovane confessò chi era e cosa era venuto a fare, senza coinvolgere nessun complice. A dispetto della gravità delle accuse di alto tradimento e tentato omicidio, al processo mantenne un atteggiamento indisponente e autolesionista, rifiutando tuttavia ogni addebito circa i fatti d'agosto, posizione da cui non retrocesse neppure di fronte alla contestazione del giudice che le bombe trovategli addosso corrispondevano alla tipologia di quella deflagrata a Trieste. Condannato a morte tramite capestro, Francesco Giuseppe respinse la domanda di grazia avanzata dalla madre in disaccordo col figlio. Per salvargli la vita si mobilitarono, inutilmente, famose personalità della cultura, da Hugo a Carducci, che il 18 dicembre, due giorni prima dell’esecuzione nella Caserma grande di Trieste, in un articolo sul «Don Chisciotte» definì Oberdan «martire della religione della patria», prima attestazione di un culto postumo che ne avrebbe fatto un emblema dell'irredentismo dalle sfumature eroiche e misticheggianti. La prefazione del poeta al volumetto Memorie di un amico, redatto da due intimi di Oberdan, Menotti Delfino e Luigi Dobrilla, gli costò l'anno seguente un processo a Milano. Francesco Giuseppe divenne bersaglio delle invettive della propaganda irredentista, battezzato con disprezzo «imperatore degli impiccati» e ritratto in innumerevoli fogli e manifesti con una forca accanto.

Nelle ricostruzioni giornalistiche immediatamente successive all'uccisione del giovane proliferarono le false notizie; ad esempio, che fosse stato fucilato sugli spalti del castello di San Giusto: indice dell'enorme risonanza che l'episodio stava avendo e della confusione di notizie che ne conseguiva. Nel giro di poco, la figura storica di Oberdan lasciò il posto alla sua figura leggendaria. Icona patriottica, a lui furono intitolati circoli, cooperative e società clandestine, fino a quando divenne un modello per i volontari giuliano-dalmati che, elusa la chiamata alle armi nell'esercito asburgico, nel 1915 espatriarono per combattere in grigioverde. Vendicarne la morte e concludere il risorgimento accorpando le terre irredente all'Italia fu, nelle loro menti, un tutt'uno. Il grande ascendente che esercitava il nome del triestino sui mobilitati ricevette ulteriore impulso dall'interessamento di Gabriele d'Annunzio, che dettò una lapide per la casa di Ronchi nella quale era stato acciuffato, apposta sui ruderi dell'edificio il 20 dicembre 1916.

Dopo la guerra il regime fascista, assuntosi l'incarico di alimentare il ricordo di Oberdan anche in concorrenza con le tradizionali associazioni patriottiche, rase al suolo la Caserma grande, che conteneva all'interno il piccolo cortile teatro dell'impiccagione, preservando solo la cella e l’anticella del prigioniero. Le due costruzioni furono trasformate in sacrario, affiancate da un monumento realizzato dallo scultore Attilio Selva e accorpate alla Casa del combattente, inaugurata il 15 giugno 1932 in occasione del congresso dell'Associazione nazionale combattenti e oggi adibita a museo del risorgimento. La statua segnò il passaggio dall’iconografia risorgimentale di Oberdan, raffigurante il martire come un giovinetto inerme, desideroso solo di “gettare il proprio corpo fra l’Italia e l’Austria”, a quella fascista in cui Oberdan veniva invece rappresentato come un guerriero di grande prestanza.

Dallo spazio liberato dalle demolizioni fu ricavata l’attuale piazza Oberdan, non l'unica d'Italia così chiamata ma la più importante dal punto di vista simbolico. Promotore degli scavi e della ristrutturazione dell'urbanistica della zona fu l'Istituto Guglielmo Oberdan, sorto nel 1930 e operativo fino al 1935, presieduto da Domenico Fonda-Bonardi. La sistemazione avvenne per mezzo di un finanziamento nazionale: le città coinvolte nella sottoscrizione ebbero il proprio stemma affisso sul muro esterno della cella, a ricordo del contributo versato.

La data del 20 dicembre entrò di prepotenza nel calendario patriottico e fu dedicata alle celebrazioni da svolgersi nei luoghi del «supplizio», per riprendere una formula ripetutamente usata dalla pubblicistica italiana del periodo. La stampa dava ampio risalto alle cerimonie, cui affluiva una folla composta anche dagli alunni degli istituti cittadini, componente sociale cara al regime, incaricati nel 1937 di deporre, riportò un Annuario scolastico, «palme di lauro perenne e di fiori sanguigni»: ennesima testimonianza di una venerazione laica dai tratti fortemente enfatici, in linea con lo spirito del tempo. Dalla conservazione sistematica di tutto il materiale riconducibile al «martire dell'irredentismo» non rimasero esclusi documenti prodotti dalla controparte austriaca, come la sentenza di morte e la parcella del boia, divenuti reliquie probanti la crudeltà dell'avversario.

Il mito di Oberdan venne ripreso, anche se in tono minore, durante la Resistenza in chiave antitedesca e, soprattutto, nel secondo dopoguerra da parte dei patrioti triestini che desideravano il ricongiungimento all’Italia della Zona A del Territorio libero di Trieste.

A Oberdan furono dedicati libri, opuscoli, articoli, poesie e molta della toponomastica della penisola ne accrebbe la notorietà, perpetuando una narrazione apologetica che solo negli ultimi decenni sembra aver perso smalto e attrattiva.

 

Bibliografia

Cecchinato, D. Ceschin, Oberdan, Guglielmo, in «Dizionario Biografico degli Italiani», vol. 79, Roma, Treccani, 2013, ad nomen.

B.M. Favetta, Oberdan, Atti dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste, quaderno XII, s.d.

L.G. Manenti, Parole in storia: Irredentismo, in «Diacronie», post 17, 2, 2019, http://www.studistorici.com/2019/02/28/parole-in-storia-irredentismo/.

Ruaro Loseri, B.M. Favetta, F. Todero, Il civico museo del Risorgimento e il Sacrario Oberdan a Trieste, Trieste, Rotary Club Trieste, 2008.

Allegati


- Il_caso_Oberdan.pdf

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