Risiera di San Sabba

Novecento


di Tristano Matta

 

La Risiera di San Sabba, unico lager nazista in Italia dotato di forno crematorio, costituì a partire dalla fine del 1943 un ganglio vitale fondamentale dell'attività di repressione svolta nell'Operationszone Adriatisches Küstenland dalle SS del cosiddetto Abteilung R, la sezione speciale - formata da uomini che provenivano dall'Aktion Reinhard e dalla operazione T4 - più tristemente nota tra quelle agli ordini di Odilo Globočnik, il comandante delle SS e della polizia nell'Ozak.

Dal punto di vista formale la Risiera di San Sabba è definita come un Polizeihaftlager, cioè un campo di detenzione di polizia e questa è la denominazione con cui esso è indicato nell’Indice provvisorio dei campi di concentramento della Croce Rossa Internazionale. Si trattava di un lager di tipo particolare, che funzionava come campo “misto”, presentando quindi una complessità che va tenuta ben presente. Esso era, infatti, utilizzato come centro di raccolta per la deportazione degli ebrei verso Auschwitz e altri i campi di sterminio e quindi, da questo punto di vista, fungeva prevalentemente da campo di transito. Allo stesso tempo funzionava come campo di detenzione e di polizia per l’imprigionamento, la tortura, l’eliminazione di esponenti della Resistenza, quindi di partigiani catturati, ma anche di ostaggi civili. Soprattutto per questa ultima finalità il lager venne dotato anche di un forno crematorio per l’incenerimento dei cadaveri delle vittime, ottenuto mediante la trasformazione dell’impianto precedente dell’essiccatoio dei cereali, secondo il progetto realizzato dal “capomastro itinerante della T4” Erwin Lambert, l’esperto delle SS che aveva lavorato in precedenza alla costruzione delle camere a gas di Hartheim, Hadamar, Treblinka e Sobibór.

La sintesi più efficace di questo carattere complesso della Risiera rimane ancora quella, formulata a suo tempo da Elio Apih nella quale l’eminente storico triestino definisce il lager triestino un microcosmo delle forme e dei modi della politica nazista di repressione e di sterminio, dove ebbero luogo: a) l’applicazione delle principali tecniche di uccisione su ampia scala, proprie della logica delle SS; b) l’applicazione della tecnica delle SS per le deportazioni politiche e razziali (clausura, avvio alla stazione per il vagonamento e per l’inoltro verso i campi maggiori); c) lo sfruttamento della forza lavoro dei prigionieri ai fini dell’economia di guerra; d) tutta la presenza di quei comportamenti tipici dell’universo concentrazionario (tortura, sadismo, corruzione, spionaggio, collaborazionismo volontario o coatto), che si vanno determinando in situazioni così estreme; e) non ultimo, la Risiera operò come centro per la predisposizione di vere e proprie azioni militari di rastrellamento e di terrorizzazione della popolazione civile, nell’area della Venezia Giulia, dell’Istria, del Fiumano, spesso seguite anche da depredazione e dall’uccisione dei rastrellati nella Risiera stessa.

Questo carattere complesso del microcosmo Risiera è proprio una delle acquisizioni più chiare ed inoppugnabili anche dell’inchiesta giudiziaria che venne svolta all’epoca del processo.

L’ammontare complessivo delle vittime della Risiera è stato, ed è tuttora, oggetto di discussione. Sono state proposte stime diverse che vanno da un minimo di duemila, stabilito in base alle testimonianze rese all’epoca del processo e fatto proprio dai giudici, fino a un massimo di cinquemila (cifra che molti ritengono improbabile) ipotizzato nel suo pionieristico saggio da Ferruccio Fölkel sulla base della stima dell’attività del forno crematorio. Il giornalista sloveno Albin Bubni? dedicò molto impegno nell’identificazione delle vittime ivi soppresse. Sforzo il cui esito fu solo parziale, poiché consentì di individuare solo un primo elenco di poco più di trecento nomi. Si tratta in massima parte di partigiani e ostaggi, prevalentemente sloveni e croati, ma anche di esponenti di primo piano della resistenza italiana, di un limitato numero di ebrei che non vennero deportati e, per varie ragioni, vennero uccisi in Risiera o di semplici vittime catturate nei rastrellamenti o in altro modo in città.

Se esaminiamo l’utilizzo della Risiera come ingranaggio della Shoah, dobbiamo ricordare che vi furono imprigionati, in attesa dei convogli verso Auschwitz o altri campi del Reich, molti degli oltre 1450 ebrei deportati dall'Ozak, provenienti dalla regione, dal Veneto e dalla Croazia. Tra questi, 700 circa furono i deportati razziali triestini, una ventina soltanto dei quali, fece ritorno dai campi della morte. Di almeno 25 ebrei è stata accertata l’uccisione all’interno del lager in quanto considerati non in grado di affrontare il trasporto perché vecchi o malati o perché accusati, in qualche caso, di infrazioni alla disciplina. Va comunque tenuto conto anche del fatto che non tutti gli ebrei dell'Ozak deportati ad Auschwitz o in altri campi della morte, transitarono comunque dalla Risiera. Ve ne furono anche alcuni raccolti direttamente a Fossoli perché catturati in altre località d’Italia, dove avevano cercato di nascondersi o di fuggire.

Le retate con cui furono prelevati le donne e gli uomini destinati alla deportazione per motivi razziali ebbero inizio immediatamente dopo la costituzione del potere nazista a Trieste, il 9 ottobre 1943, il giorno di Yom Kippur, e finirono solo nel febbraio del 1945. Esse coinvolsero la gran parte di quella componente della numerosa Comunità ebraica triestina, che non era riuscita a lasciare la città o non era riuscita a occultarsi, compresi soprattutto i più deboli, i più indifesi, come, per esempio, gli anziani della Casa di riposo “Gentilomo” o i malati degli ospedali. Nel puntuale e feroce perseguimento dell’obiettivo di rendere Judenfrei, cioè priva di ebrei, anche la città di Trieste che era sede di una delle più fiorenti comunità ebraiche d’Italia. Accanto agli ebrei triestini, transitarono per la Risiera anche, come si è detto, ebrei provenienti da altre regioni, in particolare dal Litorale, dal Friuli, dal Goriziano, dall’Istria, da Fiume. E anche alcuni ebrei prelevati in Veneto, cioè in zone che erano al di fuori dell’area di pertinenza delle attività della polizia e delle SS del Litorale adriatico.

L’attività degli uomini di Globočnik fu particolarmente meticolosa anche nel campo della spoliazione. Gli uomini dell’Abteilung R e del SD agirono con rapidità e metodi sommari nelle operazioni di rapina di beni di lusso, nella requisizione dei beni appartenenti agli ebrei emigranti giacenti nel Punto Franco, nell’acquisizione delle rendite delle polizze assicurative.

Per i deportati non razziali, invece, per gli uomini della Resistenza, per gli ostaggi catturati nei rastrellamenti, per i prigionieri civili e militari, la Risiera fu solo in parte un lager di transito. Come si è detto, in essa questi ultimi patirono anche la tortura, l’imprigionamento e in molti, in troppi casi, una morte oscura. La maggior parte delle vittime proveniva da retate compiute nell’ambito della repressione dell’attività partigiana in aree dove era molto viva la resistenza. Quindi dall’Istria, in particolare l’Istria interna settentrionale, dalla regione dei Colli Birchini, ma anche dal Friuli, dal Carso e dalla città stessa. Tra essi alcuni tra gli esponenti più in vista della resistenza italiana, slovena e croata, che scomparvero nel campo della morte ricavato all’interno del secondo ampio cortile dello stabilimento, dove era ubicato anche il fabbricato che ospitava il forno crematorio e dove furono ricavate anche 17 microcelle che funzionarono spesso da anticamere della morte, in ognuna delle quali furono rinchiusi, talvolta per un giorno o per pochi giorni, talvolta anche per settimane, anche sei prigionieri per cella.

Gli ebrei e i prigionieri militari o civili che erano destinati, invece, alla deportazione verso il Reich venivano imprigionati nel fabbricato adiacente e nei cameroni in attesa di intraprendere il terribile viaggio verso Auschwitz, Mauthausen, Ravensbrück. Alcuni di loro, al ritorno della deportazione hanno potuto testimoniare sugli eccidi avvenuti durante la loro permanenza in Risiera. Nel medesimo settore interno del lager era rinchiuso anche un piccolo gruppo di ebrei, in prevalenza bosniaci o fiumani (ma ce n’erano anche alcuni triestini), che costituivano una sorta di Kommando interno di lavoro, addetto ai servizi e ai lavori di fatica.

Come giungevano le vittime alla Risiera? Per vie diverse. Molto spesso vi pervenivano trasferiti dalle carceri del Coroneo dove erano stati incarcerati dopo la cattura o, anche, dalle celle di piazza Oberdan, dove avevano sede la GESTAPO ed il SIPO-SD, ma molti di loro (per questo è quasi impossibile quantificarli e identificarli) venivano direttamente dai luoghi dove erano stati catturati, trasportati con una corriera ed uccisi immediatamente al loro arrivo. Nel corso del processo, soprattutto dalle testimonianze rese dalle stesse SS ai giudici tedeschi in fase istruttoria, sono emerse sulle modalità di esecuzione diverse ipotesi che rispecchiano anche l’intrecciarsi delle diverse tipologie della violenza: dalla gassazione con i gas di scarico del mezzo di trasporto, all’abbattimento con corpi contundenti, all’uccisione (ma meno frequente) con l’uso di armi da fuoco. Le ceneri delle vittime, arse nel forno crematorio, venivano poi scaricate in mare nella vicina baia di Muggia.

L’edificio trasformato in forno crematorio e l’alta ciminiera che ne garantiva il funzionamento vennero distrutti mediante esplosivi dagli uomini dell’Abteilung R nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, immediatamente prima della fuga davanti alle sopraggiungenti forze della IV armata dell’esercito di liberazione jugoslavo. Lo scopo evidente di tale distruzione era quello di cancellare le tracce più macroscopiche dei crimini commessi all'interno del Lager.

La parte rimanente dello stabilimento, che non fu adibita a campo di eliminazione ma prevalentemente a caserma (nella quale fu acquartierata la 6a compagnia dell'SS – Wachtmannschaft-Bataillon formato da reclute locali italiane e slave) e a deposito (anche dei beni mobili razziati).

L'utilizzo della Risiera come campo di detenzione ed eliminazione, e quindi come massimo strumento repressivo locale, non fa passare in secondo piano il ruolo che la medesima ha ricoperto anche come ingranaggio nell’ambito più generale della deportazione verso i campi di concentramento del Reich. Si può dire, invece, che essa abbia costituito il fulcro dell’esteso e complesso sistema di violenza, sopraffazione, spoliazione e sfruttamento delle risorse, anche umane, messo in atto da parte nazista nel Litorale, area questa che ha fornito un contributo estremamente rilevante alla deportazione di italiani nel Reich.


Bibliografia essenziale

Scalpelli A. (a cura di), San Sabba. Istruttoria e processo per il lager della Risiera, 2 voll., Lint, Trieste 1996

Fölkel F., La Risiera di San Sabba, BUR, Milano 2000

Apih E., Risiera di San Sabba. Guida alla mostra storica, Comune di Trieste, Civici musei di storia ed arte, Trieste 1996

Matta T., Il lager di San Sabba, Beit, Trieste 2012

AA.VV., Capire la Risiera, Comune di Trieste, Civici musei di storia ed arte, Trieste 1996

Di Giusto S. e Chiussi T.,Globočnik's men in Italy 1943-45, Schiffer, Atglen PA 2017

 

Allegati


- Risiera_di_San_Sabba1.pdf

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