La colonizzazione dell'Istria veneta (1520, 1560, 1630-1670)

Età moderna


Con il secolo XVI gli stanziamenti e le immigrazioni verso l’Istria non furono eventi contingenti ma diventarono parte di un progetto di ripopolamento voluto dalla Repubblica di Venezia. All’inizio del secolo la popolazione venne colpita dal morbo della peste, che si manifestò molte volte tra il 1505 e il 1632, lasciando popolazioni impoverite, villaggi disabitati, campi incolti e abbandonati. Le epidemie e le incursioni dei pirati Uscocchi non permisero di mantenere la costanza della crescita demografica ed economica, così sia Venezia sia gli arciducali incentivarono più volte la via del ripopolamento dell’Istria. Una delle principali città che ricevette l’attenzione della Serenissima fu Pola, i cui primi tentativi di ripopolamento nel 1520 vennero avviati mediante l’assegnazione di terreni incolti a coloni provenienti da Padova, da Treviso e dal Friuli. La difficoltà d’insediamento stabile in zone insalubri e malariche portò la Dominante a scegliere un’altra strategia: nel 1556 venne istituito il Magistrato dei beni inculti, con il compito di progettare a Pola e in tutta l’Istria la creazione di nuovi stanziamenti per la bonifica dei terreni ed il rinnovamento dell’agricoltura. Una magistratura specifica venne istituita nel 1579, quando il Senato nominò un Provveditore dell’Istria con la facoltà di affidare i terreni incolti secondo la capacità dei nuovi coloni e in base alla classificazione fondiaria data dagli agrimensori. Vennero così insediate 176 famiglie di origine cipriota, rumena e greca, sfuggiti alla minaccia di incursioni turche, con l’obbligo entro cinque anni di far fruttificare i campi loro assegnati e godere per vent’anni dell’esenzione reale e personale dagli aggravi. La magistratura creata per supervisionare il processo di ripopolamento non fu bene accolta dagli abitanti, sia nuovi sia precedenti, poiché venne considerata una violazione delle consuetudini e dei diritti statutari locali. Un terzo tentativo di ripopolamento da parte di Venezia fu attuato nell’ultimo ventennio del Cinquecento, con l’obiettivo di facilitare l’immigrazione delle famiglie morlacche (rumeni slavizzati), assegnando loro gratuitamente i terreni, concedendo esenzioni da aggravi fiscali, fornendo le granaglie per la semina, per gli animali e per i magazzini ricostruiti. A queste famiglie venne vietato l'insediamento in abitazioni sparse e prescritto di vivere in villaggi sottoposti alla giurisdizione del provveditore dell’Istria e, soppressa la carica, alla giurisdizione civile e militare del capitano di Raspo (Rašpor). Questo progetto venne bruscamente interrotto tra il 1629 e 1631 a causa della diffusione della peste, che dimezzò la popolazione e fece scomparire i piccoli insediamenti. La Serenissima tentò nuovamente di stanziare in Istria nuovi coloni, in particolare morlacchi, albanesi e montenegrini, ma la loro integrazione con gli slavi non fu facile: le investiture dei recenti, dei nuovi e dei nuovissimi coloni, sottratti alle gravezze pubbliche, alla giurisdizione ordinaria delle autorità locali e rispondenti solo al capitano di Raspo, aumentartono i contrasti con gli abitanti originari, lasciati soli nel sostenere gli oneri comunali. Intorno al 1650 cominciarono a immigrare anche i carnici, portando attività commerciali stagionali e favorendo la diffusione della lingua italiana accanto allo slavo; grazie a queste presenze, l’ultimo ventennio del Seicento registrò nei villaggi istriani veneti una maggiore circolazione di beni e di moneta.


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